Итальянский Культура
06.09.2026 Читать источник
Сикilianская певица Валентина Инделикато завоевала престижные музыкальные награды и получила премию «Америка giovani»

Мультиинструменталистка Валентина Инделикато, сочетающая классическое образование с джазом и поп-музыкой, стала лауреатом нескольких национальных конкурсов и получила награду за талант в 2024 году. В 2026 году артистка выиграла международный конкурс RPM Music Contest, получив возможность выступить вместе с ведущими исполнителями Италии.
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Valentina Indelicato libera con la musica le sue emozioni come un atto d'amore
Valentina Indelicato, classe 2000, è una cantautrice e musicista siciliana. Fin da piccola si avvicina al mondo delle arti. Inizia a studiare pianoforte, per poi dedicarsi al violino e al canto, sviluppando un’identità artistica che unisce formazione classica, jazz e pop cantautorale.
Attualmente è iscritta in Conservatorio nei corsi di laurea in Violino e Canto Jazz. È laureata con lode in “Lingue per la comunicazione internazionale” e ha conseguito un master in “Leadership per le relazioni internazionali e il Made in Italy”. Nel 2024 ha ricevuto presso la Camera dei deputati il Premio America Giovani per il talento universitario.
Ha conquistato primi premi in importanti concorsi di violino, tra cui il Concorso Nazionale di Musica “TuttArte”, il Concorso Nazionale di Musica della Riviera Ionico-Etnea e il Concorso Musicale Internazionale “Lucio Stefano D’Agata”. In ambito pop, finalista al “ProSceniUm 2025”, nel 2026 vince l’ “RPM Music Contest”, aggiudicandosi anche il Premio Web e l’opportunità di esibirsi accanto ad alcuni dei principali nomi della musica italiana. Nello stesso anno vince il Festival della Canzone d’Autore “Premio Pino Scarpettini” e il Festival Bacco, dove riceve anche il Premio Stampa “4Quarti Magazine”, e ottiene il Premio “Miglior testo e composizione” al Contursi Festival.
Attualmente lavora al suo progetto discografico come cantautrice con la label “TRP Vibes” e i suoi singoli sono disponibili sulle principali piattaforme digitali.
Valentina, la tua musica è atto d’amore, antidoto per ogni forma di discriminazione? O è solo pura arte la commistione tra recita e realtà?
Credo che la musica possa essere entrambe le cose: pura arte e, proprio per questo, anche un atto d’amore. Non penso necessariamente alla musica come a uno strumento che debba “combattere” qualcosa, quanto piuttosto come a uno spazio nel quale le differenze possano smettere, almeno per un momento, di essere barriere.
La musica nasce dalla necessità di comunicare e, quando è autentica, riesce a parlare anche a chi vive esperienze completamente diverse dalle nostre. È questo che mi affascina: partire da qualcosa di profondamente personale e riuscire a trasformarlo in qualcosa in cui qualcun altro possa riconoscersi.
La commistione tra recita e realtà, poi, mi incuriosisce molto. Ho sempre vissuto l’arte come una zona di confine tra ciò che siamo e ciò che interpretiamo. Sul palco possiamo indossare un personaggio, ma inevitabilmente, nel farlo, lasciamo dentro qualcosa di noi. E forse è proprio lì che la finzione smette di essere soltanto finzione e diventa verità emotiva.
Raccontaci i tuoi inizi nel mondo dell’Arte…
La cosa curiosa è che non ricordo un vero e proprio “inizio”, perché l’arte è entrata nella mia vita così presto da sembrare quasi una parte della mia identità. Mia mamma racconta sempre che già nel pancione riuscivo a calmarmi soltanto ascoltando musica.
Ho iniziato con la danza classica a tre anni e mezzo, poi sono arrivati il pianoforte, il violino, il canto e il teatro. La musica è diventata progressivamente il centro del mio percorso e ho scelto di studiarla anche in maniera accademica: oggi frequento al Conservatorio due corsi di laurea triennale, Violino e Canto jazz, e ho concluso il propedeutico di Canto lirico.
La formazione classica ha avuto un ruolo molto importante nella mia crescita. Come violinista solista ho avuto la fortuna di ottenere diversi primi premi in concorsi nazionali e internazionali, di vivere esperienze orchestrali e di lavorare in produzioni che mi hanno insegnato moltissimo, non soltanto dal punto di vista musicale ma anche umano: disciplina, ascolto, confronto e responsabilità.
Parallelamente ho sentito il bisogno di esplorare un’altra parte di me, quella legata alla voce, alla scrittura e alla musica pop. È nato così un percorso cantautorale che mi ha portata negli anni a ottenere diversi riconoscimenti e che oggi trova espressione nel mio progetto discografico, a cui attualmente sto lavorando con la label TRP Vibes di Riccardo Samperi.
Contemporaneamente ho seguito anche un percorso universitario diverso: mi sono laureata in “Lingue per la comunicazione internazionale” all’Università con il massimo dei voti e la lode, sono stata premiata alla Camera dei deputati come “Eccellenza universitaria italiana” ottenendo il Premio America Giovani, e ho concluso un master in “Leadership per le relazioni internazionali e il Made in Italy”. Anche questo aspetto fa parte di me e credo abbia arricchito il mio modo di comunicare e di guardare il mondo.
Alla fine, però, tutte queste strade si sono incontrate. Il pianoforte e il violino mi hanno dato le basi, il canto lirico e jazz mi ha permesso di esprimermi con la voce, il teatro e la danza mi hanno insegnato a vivere il palco, mentre l’università mi ha dato strumenti e prospettive diverse. Oggi sento che la mia ricerca artistica nasce proprio dall’incontro di tutte queste esperienze: non voglio scegliere un solo linguaggio, ma continuare a lasciarli dialogare.
La scrittura come la musica, aiuta a capire la propria indole. Hai mai sentito la pressione di raggiungere determinate tappe nella vita? Che cosa significa per te creare qualcosa?
Sì, credo che quella pressione sia qualcosa che, in forme diverse, appartiene un po’ a tutti. Viviamo in una società che sembra avere una tabella di marcia per ogni cosa: quando laurearsi, quando lavorare, quando raggiungere un determinato risultato, quando sentirsi finalmente “arrivati”.
Io stessa, soprattutto negli anni universitari e nei momenti in cui cercavo di muovere i primi passi contemporaneamente verso il mio percorso accademico e verso quello artistico, mi sono chiesta più volte se stessi facendo abbastanza e se fossi nel posto giusto.
Con il tempo, però, ho capito sempre di più che coltivare la propria anima di vita ha bisogno del suo tempo, non può essere una gara a tappe. La scrittura mi ha aiutata molto proprio in questo: mi costringe ad ascoltare ciò che sento prima ancora di cercare una risposta. Per me creare significa dare una forma a qualcosa che prima esisteva soltanto dentro di me.
Una canzone nasce spesso da una domanda, da una sensazione, persino da una contraddizione. E nel momento in cui riesco a trasformarla in parole e musica, quella cosa diventa più comprensibile anche a me. In questo senso, creare è un modo per conoscermi.
Nei tuoi progetti artistici che scegli di realizzare che cosa ti guida?
Mi guida soprattutto la necessità di sentire che quello che sto facendo mi appartiene davvero.
Non riesco a pensare a un progetto artistico come a qualcosa che debba semplicemente “funzionare”. Prima ancora mi deve smuovere. Deve esserci qualcosa che mi faccia venire voglia di scavare, di capire, di raccontare.
Negli ultimi anni ho imparato ad ascoltare molto di più questa esigenza. Mi interessano le sfumature dell’animo umano, le contraddizioni, la fragilità, il cambiamento, le relazioni e tutto ciò che ci rende contemporaneamente diversi e simili.
E poi mi guida la curiosità: conoscere linguaggi e culture diverse mi ha insegnato che le connessioni umane sono molto più ampie delle differenze che spesso utilizziamo per separarci, e in questo i miei studi accademici mi hanno assecondata molto.
Vorrei che ogni progetto fosse, prima di tutto, un incontro: con una parte di me e, possibilmente, con una parte di chi ascolta.
Hai mai provato sulla tua pelle l’emozioni di cui parli?
Assolutamente sì. Credo che non riuscirei a scrivere di qualcosa che non abbia, in qualche modo, attraversato anche me.
Non significa necessariamente raccontare episodi autobiografici in maniera letterale. A volte un’emozione nasce da un’esperienza vissuta, altre volte da qualcosa che ho osservato, ascoltato o semplicemente percepito. Ma deve esserci una verità emotiva.
Anche quando racconto un sentimento universale, cerco sempre di partire da una mia percezione concreta. È quello che è successo, in modi diversi, con i miei brani.
Forse è proprio questa la cosa che mi interessa di più della scrittura: prendere qualcosa che nasce dentro di me e scoprire che, una volta diventato canzone, appartiene un po’ anche agli altri.
I risvolti emotivi di un cuore sensibile: che cosa ti rende felice o triste?
Credo che la sensibilità sia una parte molto importante di me, nel bene e nel male. Mi rende felice tutto ciò che riesce a sorprendermi ancora: una persona che sa ascoltare davvero, una parola detta al momento giusto, la musica, un tramonto, una conversazione profonda, ma anche le piccole cose quotidiane che spesso rischiamo di dare per scontate.
Mi emoziona molto sentire una connessione autentica con qualcuno, avere la sensazione di essere compresa e, allo stesso tempo, riuscire a comprendere davvero l’altro. Sono quelle sensazioni che poi inevitabilmente finiscono anche nella mia musica.
Mi rende triste, invece, l’indifferenza. Il non ascoltarsi, il giudicare senza conoscere, la superficialità nei rapporti umani. Forse perché tendo a vivere le emozioni in maniera molto intensa, faccio fatica davanti a ciò che è privo di empatia.
Con gli anni, però, ho imparato a non considerare la sensibilità una debolezza. Al contrario, penso che sia uno degli strumenti attraverso cui riesco a fare arte. Sentire tanto può essere faticoso, ma significa anche avere molto da raccontare.
Qual è il modo migliore per dire amore?
Forse esserci. Credo che l’amore si dica molto meno con le parole di quanto pensiamo e molto di più attraverso la presenza, la cura, l’ascolto e la scelta quotidiana di esserci anche quando non abbiamo tutte le risposte.
È anche il senso che ho cercato di raccontare in “A domani”, il mio ultimo brano: non una promessa assoluta sul futuro, ma la possibilità di scegliere il presente. Mi affascina l’idea che amare qualcuno non significhi necessariamente promettergli un “per sempre”, ma dirgli, attraverso i gesti: “oggi ci sono”.
E penso che questo valga non soltanto per l’amore romantico. Prendersi cura di qualcuno, ascoltarlo davvero, rispettarne la libertà e le fragilità sono tutte forme d’amore.
A volte, quindi, il modo più bello per dire “ti amo” è semplicemente far sentire l’altro che non è solo.
Dove ti piacerebbe arrivare come donna e come artista? L’obiettivo adesso qual è?
Come donna vorrei arrivare a sentirmi sempre più libera di essere me stessa, senza la necessità di rientrare in un’immagine prestabilita di ciò che dovrei essere. Vorrei continuare a crescere, a cambiare, anche a contraddirmi quando sarà necessario, senza perdere la curiosità e la capacità di mettermi in discussione.
Come artista, invece, vorrei costruire un percorso che abbia una propria identità e che possa crescere nel tempo senza perdere autenticità. Non penso soltanto al desiderio di arrivare a un palco o a un traguardo preciso: mi interessa costruire qualcosa che resti, che possa raggiungere persone diverse e magari accompagnarle in un momento della loro vita.
In questo momento l’obiettivo è continuare a scrivere, sperimentare, studiare e portare avanti la mia ricerca musicale con sempre maggiore consapevolezza. Ci sono già nuove canzoni alle quali sto lavorando e che vedranno la luce nei prossimi mesi.
Vorrei che ogni passo fosse un’evoluzione, non una corsa. E se un giorno potrò guardare indietro e riconoscermi ancora nelle cose che ho creato, sentendo di aver lasciato anche solo un piccolo spazio di conforto, bellezza o verità nella vita di qualcuno, credo che quello sarà uno dei traguardi più importanti che potrò raggiungere.
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