Итальянский Культура
01.09.2026 Читать источник
Актер Эмануэле Ди Стефано получил главную роль в фильме «Город живых», экранизации книги о трагедии в Риме

Итальянский актер Эмануэле Ди Стефано, получивший премию David di Donatello, исполняет главную роль в фильме Эдоардо Габбриеллини, основанном на реальной истории жестокого убийства в Риме. Режиссер картины выбрал молодого актера, чтобы передать через его игру не личность героя, а невыносимую боль потерпевших.
Перевод ИИ
Текст статьи доступен на языке оригинала.
Нажмите кнопку «Перевести статью» выше, чтобы сгенерировать перевод с помощью ИИ.
Оригинальный контент
Nel marzo del 2016, in un appartamento nel quartiere Collatino, periferia est di Roma, due ragazzi, Marco Prato e Manuel Foffo, seviziano per ore un ragazzo più giovane. La morte di Luca Varani, 23 anni, è terribile, inspiegabile. Inaccettabile. Il premio Strega Nicola Lagioia segue questa storia fin dall’inizio, ne fa un grande libro-inchiesta, che diventa un best seller, dopo un podcast, un’opera teatrale, per poi ispirare un film che ora va al Festival di Venezia.
Il centro della Città dei vivi di Edoardo Gabbriellini è Emanuele Maria Di Stefano, romano, classe 2002. È attore (bravissimo, premio David Rivelazioni Italiane 2026) quasi per caso: parte dal teatro come terapia, arriva al cinema come epifania con La scuola cattolica di Stefano Mordini, a seguire Siccità di Paolo Virzì, le serie Romulus e Noi siamo leggenda, In the Hand of Dante di Julian Schnabel... «Però lì ho fatto un’unica posa e alla fine mi hanno tagliato».
Nella casa di campagna a Sabaudia, Di Stefano non ha l’aria di chi sta per tornare al Lido con uno dei titoli più attesi. Parla con pudore, mentre prova a raccontare la responsabilità del suo ruolo, con cui non vuole imitare nessuno, ma restituire un’emozione: «Il protagonista della Città dei vivi non è una persona, nemmeno un fatto di cronaca: è il dolore, quello di due genitori e di una fidanzata che perdono un figlio e un amore».
All’epoca dell’omicidio di Luca Varani lei aveva 14 anni.
«Con la sceneggiatura ho ricordato che mi aveva colpito, e aveva colpito chi avevo intorno».
Ha letto il libro di Nicola Lagioia o ascoltato il podcast?
«No, nemmeno per prepararmi. Non volevo appoggiarmi a qualcosa che non è stata materia prima del film».
Spieghi.
«Non abbiamo cercato un’aderenza assoluta alla vicenda, una scrupolosità rispetto ai fatti, un’immedesimazione veritiera. C’è il torbido, c’è la sessualità, ma non si spettacolarizza il dolore di nessuno».
Non sarà facile, per i genitori di Luca, l’ex fidanzata, gli amici... guardare La città dei vivi.
«Ci ho pensato più volte. Niente può giustificare il fatto che comunque andiamo a dare una grande sofferenza a chi ha vissuto tutto in prima persona. Ora possiamo “solo”, anzi, dobbiamo prenderci la responsabilità di quella sofferenza che creiamo».
Ha parlato con qualcuno vicino a Luca?
«Edoardo ha fatto recapitare una lettera alla madre. Con l’ex fidanzata, invece, si è sentito al telefono: quello che si sono detti è cosa loro».
Qual è stata la scena più difficile?
«La scena della festa, in cui il mio personaggio incontra per la prima volta Marco Prato».
Sa che non ha ancora pronunciato il nome di Luca?
«Perché quella che ho messo in scena è una vulnerabilità comune a molti ragazzi».
Torniamo alla festa.
«Per girare una sequenza siamo stati, per tre giorni, in una casa piena di comparse, c’era tanto casino rispetto alla grande privacy del set, alla quiete e alla pace che paradossalmente permea l’intero film. L’ho sofferta, anche per un’altra ragione: il mio personaggio doveva essere sempre drogato, in un contesto promiscuo... Era una cosa estrema, un cambiamento di poetica che ho trovato complesso. Sia chiaro: il set della Città dei vivi è stato forse il migliore in cui abbia lavorato, dove le persone erano evidentemente unite per lo stesso obiettivo, zero disagi, zero scaramucce. Il merito è del regista. Sono contento che il suo sforzo venga riconosciuto, a cominciare dalla Mostra del Cinema».
Lei c’è già stato, alla Mostra.
«Con La scuola cattolica».
Le piacciono i red carpet?
«Non li trovo noiosi, ma di sicuro strani, disturbanti. Però ci stanno, fanno parte del gioco».
Quando ha capito che voleva giocare?
«Non ricordo se in concomitanza del secondo o del terzo film: Il filo invisibile oppure Siccità. Subito dopo il liceo scientifico, il Virgilio di Roma, nel momento in cui avrei dovuto scegliere che cosa fare della mia vita, si è aperta una porta, poi una seconda, una terza, e a quel punto ho detto: ok, forse è la strada che devo seguire».
Da piccolo che cosa desiderava diventare da grande?
«Non avevo proprio sogni».
Allora, com’è arrivato alla recitazione?
«All’ultimo anno di liceo ero un ragazzo un po’ disastrato, sono entrato nella classica crisi esistenziale degli adolescenti. Non penso di essere stato più incasinato dell’80 per cento dei miei coetanei, però all’epoca, esagerando, reputavo i miei problemi molto forti. Ne ho parlato con un’amica, Sofia Iacuitto, che anche lei è un’attrice: mi ha suggerito di andare a fare teatro».
Un corso extrascolastico?
«Alla TNT Company, dove poi ho studiato per sei anni. È stato terapeutico».
Prima nessun avvicinamento alla recitazione?
«Da bambino ho casualmente girato un corto con un regista amico di mia madre, Renato Chiocca: mi ero divertito. Ho partecipato anche a qualche recita alle medie, situazioni così».
Dal teatro a un grande film con Riccardo Scamarcio, Valeria Golino, Benedetta Porcaroli...
«La casting ha scritto alle scuole di Roma, compresa la mia. Gli insegnanti ci hanno invitato a rispondere. Tre provini e sono stato preso».
Reazione dei genitori?
«Felicità. Credo che aver iniziato a bomba con un film dopo l’altro li abbia tranquillizzati: se mi fossi arenato, avrebbero scalpitato di più».
Loro che mestiere fanno?
«Mio padre ha un’azienda agricola, mia madre è project manager e la mia seconda mamma, che è la compagna di papà, lavora in un gruppo finanziario».
Lei non ha abbinato la recitazione ad altri impieghi?
«Quello dell’attore è il mio primo in assoluto. Non ho un passato da sportivo e non ho alle spalle i classici lavoretti da gavetta».
Fino a oggi quanti provini avrà sostenuto?
«Un centinaio tra self-tape e vis-à-vis».
Com’è la competizione?
«Eh, com’è? È strana. Non la vedi, non gareggiamo tutti nello stesso momento, però c’è: noi giovani attori siamo tantissimi e il nostro problema principale è avere l’opportunità di lavorare. I film puntano sempre sugli stessi volti: chessò, in tre anni sono cinque quelli che emergono. Io sono un privilegiato, per ora, magari fra sei mesi si stancano di me e allora ciao bello».
Se dovesse accadere?
«Non ho un piano B, e non per scaramanzia. Semmai dovesse accadere, non lascerò quest’ambito: scriverò il mio film, metterò in piedi il mio spettacolo teatrale o una rassegna con degli amici».
Quanto è cambiata la sua vita?
«Certamente molto. A parte che cambierebbe pure se domani prendessi un palo con la macchina. È un po’ drastico come esempio ed è solo per fare filosofia spiccia. Però, ecco, è cambiata soprattutto perché prima non avevo un obiettivo, e poi perché ha coinciso con il passaggio all’indipendenza economica».
Vive da solo?
«No, con i miei. La vita è cambiata anche per un altro motivo: nell’anima della recitazione risiede qualcosa di artistico, che mi ha aperto la testa, spinto a informarmi, avvicinato a letture, opere, film che non conoscevo».
Tipo?
«Ho visto Il padrino tardi, solo quattro anni fa».
Non è sui social.
«Non mi piacciono, non sono a mio agio con le convenzioni del mondo digitale, mi mettono proprio un po’ di angoscia: tutto quel mostrarsi sempre al meglio, sempre sorridenti, sempre gentili perché qualsiasi commento ha delle conseguenze, sempre ossequiosi tra mille complimenti a discapito delle critiche. Poi, mi fa strano il concetto di essere in un posto e di osservare te in un altro che hai appena condiviso una foto. Io avevo Instagram. Un giorno ho fatto un post su un progetto a cui ho partecipato e la produzione mi ha chiesto di eliminarlo: non stavo seguendo
le linee guida. Saranno stati tre o quattro anni fa. Allora mi sono detto: scusa, il profilo è mio, se non posso usarlo come mi pare, che senso ha?».
Il numero di follower conta o no ai provini?
«Che i social siano utili anche a noi attori è ovvio. Ma, un po’ per testardaggine, un po’ per snobismo e un po’ per menefreghismo, resto della mia posizione: quando mi prendono per un lavoro è perché il regista mi vuole, pensa che sia bravo e giusto per il ruolo, piuttosto che per i miei follower».
Dunque, non è mai stato scartato per assenza di follower?
«Se non passo un provino, non vado troppo a indagare. Però è successo che preferissero colleghi con numeri da influencer. Di sicuro non voglio fare la lotta a nessun massimo sistema, non sono il tipo da imbracciare una bandiera contro Instagram: in sincerità mi auguro, anzi, è un presentimento il mio, che i social scemino».
È innamorato?
«Sì, ma questa è una storia privata».
Questo articolo è pubblicato sul numero 37 di Vanity Fair in edicola fino al 9 settembre.
Per abbonarvi a Vanity Fair, cliccare qui.
Аналитика ИИ и парсинга
Технические детали обнаружения, сопоставления и связывания статьи
Поисковый запрос
«Эмануэле Ди Стефано фильм Город живых Рим»
Запрос, сгенерированный ИИ для поиска статьи в веб-источниках
Связанные результаты поиска
Истории Древнего Рима, его культуре и наследию посвящены фильмы из этой коллекции, включая оскароносного «Гладиатора» и незабываемое «Последнее искушение Христа».