Итальянский Криминал
12.08.2026 Читать источник
В Риме подросток убил лошадь, сбросив её с моста в реку Тибр

Тринадцатилетний мальчик, работавший на местном мясокомбинате, столкнулся с неуправляемым конем и, чтобы спасти себя, толкнул животное с балюстрады в реку. Этот поступок, описанный в мемуарах, стал поворотным моментом в его жизни, ознаменовав переход от беззащитности к жестокости.
Перевод ИИ
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Оригинальный контент
Papà l’avevo trovato io. Si stava allacciando la seconda scarpa, piegato in avanti sulla sedia. Di solito mi svegliava lui la mattina. Vivevamo sul Lungotevere davanti al Ponte Sublicio. Lui lavorava al mattatoio e mi accompagnava a scuola a piedi dai preti a Piazza di Santa Maria Liberatrice. Mi lasciava lì poi continuava. Avevamo tre stanze. Nella matrimoniale ci dormiva mia madre con tre sorelle. Nella stanza di mezzo c’ero io con mia sorella più piccola, in una poltrona di finta pelle che di notte si apriva e si allungava fino a diventare un letto singolo. Dormivamo testa piedi e i suoi puzzavano. Con la scusa che non c’era l’acqua calda nessuno voleva mai lavarsi. Probabilmente puzzavano anche i miei ma la mia puzza mi dava meno fastidio della sua. Nella stanza in fondo al corridoio c’era mio padre, l’unico che aveva il diritto di dormire da solo.
Dalla porta sembrava che dormisse seduto e siccome non mi rispondeva avevo chiamato mia madre. Si era solo affacciata, neanche avvicinata di un passo e aveva lanciato un urlo feroce. Non capivo perché. Avevo tredici anni, ma non sapevo niente del mondo. Giocavo con i soldatini con una fortezza del Far West che ci aveva regalato un regista quando era venuto nel quartiere a cercare degli attori per un film. Aveva portato giocattoli a tutti i bambini di Testaccio e io avevo beccato la fortezza con i cowboy e gli indiani ed era un regalo talmente bello che ci giocavo poco e sempre in solitudine.
Mi mandarono dalla vicina e rimasi da lei. Ogni volta che le chiedevo dove fossero i miei genitori, mi riempiva il piatto e diceva che il suo parmigiano era molto dolce e faceva venire il buonumore ai bambini. Intanto nessuno mi faceva tornare a casa, nessuno mi diceva nulla. Di notte guardavo le ombre del Lungotevere passare sulle persiane e sentivo in lontananza i nitriti degli asini al mattatoio. Li tenevano lì per via del latte. Nel quartiere si diceva che quelli erano gli unici animali che non venivano macellati, sapevo che potevo addormentarmi con quei suoni e quando li avrei sentiti la mattina dopo, sarebbero appartenuti allo stesso animale. Con le mucche e i maiali era diverso, ai loro versi non bisognava affezionarsi.
Dopo tre giorni mia madre tornò a prendermi dalla vicina e mi vestì di nero. Dovevo capire che c’era qualcosa che non andava perché mi aveva portato un paio di scarpe nuove. Ancora non mi aveva spiegato cosa fosse successo a mio padre però quando le avevo chiesto se potevo vederlo mi aveva detto che lui non c’era più e che al posto suo c’era una specie di fantoccio e che l’unica cosa che potevamo fare ora era pregare.
Ci fu la messa. Usciti della chiesa di Testaccio, ci mettemmo in marcia con un carro funebre a quattro cavalli. Bisognava seguire il percorso lungo tutto le strade del quartiere. In prima fila c’ero io vestito di nero con bottone e cravatta, dietro di me, c’erano mia madre e le mie sorelle. La camminata durava ore e io mi vergognavo a stare davanti perché sul ciglio delle strade c’erano tutti i miei compagni di gioco con le loro madri. Qualcuno applaudiva, qualcuno pregava, qualcuno cantava alla finestra. Io non capivo nulla, non sapevo cosa stessimo facendo. Durante le pause sbirciavo la bara con la coda dell’occhio e vedevo il modo in cui tutti la carezzavano e piangevano. Ma perché applaudivano, perché cantavano?
Dopo un paio di settimane capii che mio padre non sarebbe tornato e lo capii perché nel suo letto ora ci dormivo io. In teoria era una buona notizia che non dovevo più fare testa piedi con mia sorella, ma continuavo ad avere incubi e avevo ricominciato a fare la pipì nel materasso. Il letto era di legno. Come il mio, di giorno si chiudeva e diventava una poltrona scomoda. Sdraiato lì non riuscivo ad addormentarmi. Il nitrito degli asini non mi calmava più. Mio padre era stato un fumatore e aveva sempre la tosse. Si addormentava tutte le notti con le caramelle alla menta e il letto era impregnato di quell’odore che conoscevo bene. Lui era ovunque, il suo profumo, le bruciature delle sigarette sul legno del letto, le sue lenzuola. Essergli così vicino non mi confortava. Mia madre diceva che sentire il suo odore era bello. Era come se una parte di lui fosse ancora lì con noi, mi stava vicino mentre dormivo, ma quella menta balsamica mi ricordava solo che lui non c’era più. Per mandarla via avevo rubato la canfora dall’armadio di mia madre e l’avevo schiacciata sul legno con il fondo di un bicchiere dividendola in briciole piccolissime. La notte le avevo respirate e mi si erano gonfiati gli occhi. Adesso il letto puzzava di menta e canfora e sigarette e mia madre si era arrabbiata di nuovo. « A fa’ meglio hai fatto peggio », mi aveva detto mia sorella mentre mi aiutava a spazzare.
Nessuno voleva più sentire mia madre che mi sgridava e si era creata un’organizzazione per mantenermi lontano dalle urla. Dovevo essere invisibile. Non dovevo avere fame, non dovevo fare domande stupide o parlare di nostro padre. Mia madre vedeva le chiazze sul materasso la mattina e urlava che dovevo vergognami, alla mia età. Ero il più piccolo della casa e l’unico maschio. Mi avevano trattato tutte come un bimbo fino a quel momento. Poi improvvisamente era finito tutto.
Il mattatoio era l’industria del quartiere. Tutti gli uomini del nostro palazzo lavoravano lì e siccome adesso io ero un uomo, dovevo andarci anche io. Quando era vivo mio padre insisteva perché finissi il liceo, invece, passato l’esame di terza media, cominciai quell’estate stessa.
All’ingresso c’erano due varchi, uno per gli animali in entrata, uno per quelli in uscita. Sul cornicione troneggiava la statua di un angelo che cercava di domare un toro con delle funi, sotto la scritta “Stabilimento di Mattazione”. Il primo giorno ero emozionato e mi sentivo un po’ come lui, impacciato, incastrato in briglie lunghe che non riuscivo a districare, con una bestia enorme da domare.
I vigili urbani controllavano gli ingressi. Entrando tenevo lo sguardo a terra e facevo finta che fosse il primo giorno di liceo, con i professori che ti radunavano in cortile e poi facevano l’appello e ti mandavano in classe. Solo che il cortile era pieno di padiglioni e i padiglioni erano pieni di animali. Mentre pensavo alla scuola e camminavo, cercavo di non respirare dal naso. Non avevo mai sentito una puzza del genere, ti assaliva subito. Era rancida e impregnava tutto il pavimento. Imparai presto che il tanfo della mattina era anche peggio di quello della sera perché all’alba passavano i secchi d’acqua e sapone e succedeva come con la canfora sul letto di mio padre, l’odore dolciastro della pulizia si mescolava con quello acre del sangue e ne usciva una puzza stucchevole.
Mi misero a lavorare con un ragazzo con i denti neri che si chiamava Pippo che con me era gentile ma solo perché gliel’aveva detto suo padre che era un vecchio amico di famiglia di nome Livio.
«Questo è il tuo carrettino », mi aveva detto Livio con la voce da bambino come se fosse un gioco. «Adesso Pippo ti fa vedere che ce devi fa ».
Il carretto mi piaceva. Era di legno e aveva manici lunghi. Non avrei mai immaginato di poter condurre un oggetto così grande. Era il doppio di me e il mattatoio si estendeva per più di mezzo chilometro. Ci lavoravano tremila persone. Era una città dentro la città e mentre la attraversavo insieme a Pippo per capire come orientarmi, cercavo di pensare solo ai sampietrini che vedevo a terra. Li contavo in orizzontale e in verticale e poi li moltiplicavo. Mi rilassavano tutte quelle pietre che da grigie diventavano violacee sotto al sole. Guardavo il modo in cui si incastonavano a terra, pensavo a quanto tempo ci dovevano aver messo a infilarle tutte. Le sequenze e l’ordine mi facevano pensare che avrei potuto capire le cose un poco alla volta, mattoncino dopo mattoncino, senza guardare in alto e farmi ingoiare dalla puzza e dagli animali.
Attraversammo la grande piazza. I padiglioni erano circondati da guidovie di ferro, un sistema di grandi binari appesi per trasportare le carcasse degli animali da una parte all’altra dell’edificio. Arrivavano dalle campagne vicine a Roma, ma a volte anche dall’Argentina. Al centro della piazza c’erano le scritte che indicavano “Bestiame indomito”. Pippo mi spiegò che da poco erano cominciati ad arrivare i tori dall’America Latina ed erano bestie grandi e rabbiose, molto belle. Li prendevano con il lazo nelle vallate sui monti in Argentina dove c’erano sequoie alte come tre palazzi di Testaccio messi insieme. Erano liberi, cresciuti allo stato brado, bevevano nelle lagune nascoste, non avevano mai visto esseri umani. Io dei tori sapevo solo che non dovevi fargli vedere il colore rosso sennò si incazzavano tantissimo, ma Pippo mi disse che comunque erano incazzati sempre, sia che gli facevi vedere una maglietta rossa che non gliela facevi vedere. Venivano parcheggiati fuori dai padiglioni all’aria aperta, recintati da grandi tubi di acciaio dentro a corral quadrati, avevano paura che le staccionate di legno non bastassero a contenerli. I tubi erano gelidi.
Entrammo dentro ai padiglioni, uno per uno. Pippo mi spiegò che erano grandi o piccoli a seconda della richiesta dell’animale da macellare. Di solito le bestie si uccidevano due volte a settimana. Ma io non dovevo preoccuparmi perché a quello ci pensavano gli sparatori, dei signori che lavoravano lì da tanto tempo e avevano le armi come suo padre. I grandi dovevano uccidere, pulire, tagliare, appendere. Noi avremmo raccolto.
Pippo mi presentò gli uomini con le pistole. Riconobbi Vincenzo, un vecchio amico di mio padre e mi girai subito di spalle. « Ahò, ma ndo vai? ». Feci finta di niente, ma mi prese da un braccio. « Fatte vedè? ». Si avvicinò e mi guardò dritto negli occhi. « Ma che sei er figlio di Marcello? Che sei scemo, che stai a fa qua? ». Gli dissi che era il mio primo giorno e lui scosse la testa. Sembrava affranto. « Se lo sapesse tu padre ». Diventai tutto rosso e continuai insieme a Pippo verso gli altri padiglioni. Mio padre odiava il mattatoio, non mi avrebbe mai voluto vedere lì. Per tutta l’infanzia mi aveva proibito anche solo di avvicinarmi a Piazza Giustiniani. Con gli amici potevo andare dove volevo, anche sul Lungotevere, ma mai dagli animali e ora che ero lì e che avevo preso il suo posto dovevo forzarmi a non pensarlo mai, neanche una volta al giorno, neanche per sbaglio. Avrei potuto pensare a lui la sera, a casa, nel letto che puzzava di canfora e mentuccia, ma al mattatoio no. Lì non avrei pensato a niente.
Quando avevo otto anni un’estate mio padre mi aveva portato a vedere le bufale di Fiumicino. Mi aveva detto che dovevamo andare a scegliere gli animali che ci piacevano di più e riportarli a Roma con il furgone. Ero felice che avesse deciso di portare solo me. Faceva caldo quel giorno e le mie sorelle volevano tutte andare al mare ma lui aveva dichiarato che dovevamo fare un’avventura da uomini e comunque a Piazza Testaccio c’era la fontana delle Anfore e potevano riempire le bacinelle e giocare a schizzarsi come facevano gli altri. Se la casa era vuota ogni scusa era buona per mettersi in mutande e correre per strada con i vestiti bagnati.
Mentre mio padre guidava il furgone sull’Aurelia mi era sembrato diverso da come era a casa. Gli occhi gli brillavano, mangiava una rosetta vuota perché non aveva fatto colazione e mi raccontava delle storie divertenti di alcuni amici suoi che erano finiti in carcere. Qualche volta lui li era andati a trovare e gli avevano detto che stavano benissimo lì perché cucinavano per lui, lavavano i piatti e gli davano anche un letto dove dormire senza dover pagare l’affitto. Uscendo dalla città tutti i semafori erano verdi e i nostri pensieri passavano da un’idea all’altra senza interruzioni. Sentire le parole che scorrevano e cambiavano forma, mi faceva stare bene. Avevo voglia di parlare e voglia di ascoltare.
Prima di andare alla fattoria a scegliere gli animali ci fermammo alla foce del Tevere. Mio padre mi disse di spostarci un po’ per fare il bagno perché gli scarti che i romani gettavano al fiume sboccavano tutti da lì. L’acqua a me sembrava trasparente e luminosa come quella delle favole, piena di riverberi che riflettevano sulle foglie delle querce sull’ultimo lembo della sponda. Era di sicuro molto più fresca lì che al mare, dove sembrava una palude. Decisi di farmi il bagno comunque perché eravamo andati così d’accordo in macchina che forse adesso potevo anche disobbedire. Ma appena mi tuffai mio padre mi prese per il collo e disse di nuovo la parola “scarti” come se fosse un veleno. Scarti di animali se proprio volevo saperlo: ossa, zampe, criniere, carcasse. Gli bastava passarci le giornate con tutti quelle parti di animali morti, almeno oggi che stavamo insieme ed era estate potevamo risparmiacelo. Quella fu l’unica volta che mio padre mi parlò del mattatoio, o che fece un’allusione alle cose che accadevano lì dentro. Fu anche l’unica volta in cui alzò la voce con me e mi sentii in colpa perché doveva essere la nostra giornata speciale e l’avevo rovinata buttandomi in acqua. Immaginai delle teste di mucche fluttuare sulla superficie dell’acqua e sfociare nel mare. Mi passò la voglia di fare il bagno.
Le bufale della fattoria erano bianche e luminose come spettri. Mio padre si comportava un po’ come un ragazzo lì. Sorrideva, si lasciava guardare dalla moglie del fattore che sembrava persa di lui. Ero fiero che le piacesse, anche secondo me era un bell’uomo e comunque mia madre non ci dormiva più a letto insieme da tanto tempo e non lo guardava mai con gli occhi dolci. Il fattore mi fece scegliere le quattro bufale più belle. Scelsi quelle con le corna più lunghe e gli occhi più profondi.
A Roma scaricammo il furgone nel recinto dove Pippo mi aveva mostrato i tori bradi. C’erano altre bufale lì che si unirono alle nostre. Io non ci pensavo proprio che tutte quelle mucche erano lì solo perché aspettavano di morire. Almeno per quel giorno potevamo fare finta che gli animali potessero essere belli e basta.
Pippo mi portò fino alla fine del mattatoio. Avevo fatto il giro completo. Verso il Tevere c’erano le macellazioni particolari. Durante la guerra avevano preparato lì le provvigioni per l’esercito e poi c’era la macellazione per gli israeliti che era un rituale diverso dagli altri. Ogni religione sembrava avere un’opinione su come il sangue dovesse circolare nelle vene di un animale prima che morisse. C’erano binari, archi, tetti a doppia falda, acciaio scintillante. Era la cosa più moderna che avessi mai visto a Roma, forse perché era stata pensata da un architetto svizzero. I testaccini ne andavano fieri. Tutto funzionava e tutto moriva dentro quell’edificio.
Arrivammo nel padiglione dei maiali con i carretti e li parcheggiammo fuori. Livio ci stava aspettando per presentarmi Nando, il cavallo. Veniva da Campagnano. Era stato il cavallo da corsa di un signore eccentrico che poi era andato fallito e lo aveva venduto per pochi soldi al mattatoio. Quando lo vidi, in quel mare di altri animali, lo riconobbi subito. Mi avvicinai, poggiai il palmo della mano sul suo muso. Non avevo mai sentito il muso di un cavallo, non avevo mai accarezzato un animale che non fosse un gatto o un cane. Era vellutato e soffice e capii benissimo come mai tutti lo volessero con loro. Aveva una presenza regale, ma era anche composto, stava al suo posto. Era pacifico. Pippo e Livio mi dissero che ero fortunato. Gli animali venivano ammazzati due volte a settimana e io avrei cominciato proprio il giorno della prima mattazione. Era la cosa più tosta e se me la levavo subito, mi sarei abituato prima al resto. E poi doppia fortuna perché da quando era arrivato Nando gli animali non urlavano neanche più prima di morire. Fu Livio a raccontarmi la storia del cavallo. Era entrato al mattatoio lo stesso giorno della morte di mio padre e lui in questo ci vedeva un segnale. Mio padre aveva un’anima calma che metteva tutti di buon umore e ora che lui non c’era più, era arrivato un cavallo che gli somigliava.
In quel grande edificio, tra migliaia di animali, tutti conoscevano e rispettavano Nando perché aveva un potere: calmava le bestie prima della mattazione. Era l’unico animale libero del mattatoio, ma non minacciava mai di scappare. Camminava al passo con l’aria dolente e ciondolante e percorreva i corridoi dei padiglioni con occhi scuri. Non erano tristi come quelli degli altri cavalli o degli asini. Erano traslucidi, non presenti, come se stessero già pensando alla prossima mossa, vivendo altrove. Aveva gli zoccoli piantati su un prato tutto per lui. Gli altri sparatori gli andavano dietro, camminavano lungo i canali ai lati dei padiglioni come se fossero marciapiedi tutti per loro. In mano tenevano le pistole. Erano dei lunghi tubi di metallo e funzionavano con un proiettile retrattile, una specie di chiodo spesso come un grande pollice. Appoggiavano la pistola sulla testa della mucca e sparavano, il chiodo entrava nella fronte e riusciva. Questo le stordiva, ma non bastava perché l’osso frontale era molto spesso e il proiettile non riusciva a raggiungere il cervello. Le mucche stramazzavano a terra, una dopo l’altra, poi passavano quelli con lo spadino, un bastone con una lama che inserivano nel foro del cranio della mucca. Facevano avanti e indietro andando più in profondità fino a quando non raggiungevano la colonna vertebrale e a quel punto la mucca era morta.
Io e Pippo rimanemmo fermi sul ciglio del padiglione con i carretti in mano. Nando avanzava accanto a Livio giù per il corridoio del padiglione come se tutto quel sangue non lo riguardasse. Prima dello sparo le mucche rilassavano gli occhi, sbattevano le ciglia e andavano da un’altra parte. Era come se percepissero la calma del dopo senza passare dalla trappola e dal dolore della pistola. Pippo mi guardò per capire se riuscivo a superare la prova del primo giorno. Mi tremavano le gambe, tenevo gli occhi socchiusi. Speravo che Livio avesse ragione su Nando, che tutto quello sparare e infilzare non facesse male a nessuno.
Tra un padiglione e l’altro gli sparatori si accendevano una sigaretta e parlavano della partita. Dai maiali si procedeva nello stesso modo. Quelli più vicini a Nando andavano incontro agli sparatori come se avessero fretta di proseguire, senza impazienza – solo una specie di sguardo placido che nessuno aveva mai visto prima. Un paio avevano addirittura scodinzolato. Gli sparatori dicevano che non si erano ancora abituati a quel silenzio che Nando era riuscito a creare. Forse gli faceva più effetto quello delle grida solite.
A fine giornata Livio annunciò che avevo superato la prova, sarei potuto tornare il giorno dopo. Mi avrebbero pagato ventiquattromila lire al mese. A casa quella sera mia madre mi abbracciò dicendo che in un giorno avevo già un’altra faccia, più adulta. Mi aveva fatto bene stare all’aria aperta con altri maschi, era meglio che stare a scuola, era la vita.
Il secondo giorno cominciò il lavoro vero. Mi diedero un paio di galoche e il carretto improvvisamente mi sembrava pesantissimo. Si incastrava sempre sopra i sampietrini e Pippo doveva aiutarmi a tirarlo fuori. Dovevamo passare al setaccio i padiglioni e raccogliere le parti degli animali che non erano commestibili ma che avevano comunque un utilizzo. Caricavo i peli dei maiali che trovavo a terra, anche unghie, qualche osso, code di cavalli, corna di mucche e zoccoli. Il grosso erano i peli. Quando finiva la macellazione e andavano via tutti, rimanevamo solo io e Pippo a raccoglierli. Accanto al posto dove morivano i maiali c’erano dei vasconi pieni di acqua bollente. I maiali venivano caricati con catene e carrucole sui binari e appesi con i ganci per le zampe a testa in giù. Da lì venivano immersi nell’acqua bollente per ammorbidirli. Dovevano rimanerci un bel po’ e quando ne uscivano sembravano fatti di gomma. Gli operai li sdraiavano su un ripiano per raccogliere il sangue, poi passavano il coltello sulla cotenna e il pelo saltava via. Bastava raschiare un po’ e veniva tutto. Lo buttavano a terra, sporco di sangue e acqua ed era pesantissimo. Le unghie venivano rimosse con delle forbicine. Gli prendevano in mano le zampette e le tiravano via e anche se i maiali erano già morti, faceva comunque impressione. Con le galoche alte mi muovevo in un mare di sangue e acqua, ci affondavo dentro e cercavo di districare le matasse. Cinquecento maiali lasciavano molto pelo e dovevo raccoglierlo a mani nude.
Anche le vacche venivano appese. Quando le aprivano con il coltello si vedeva una nuvoletta di fumo uscire dalle interiora. Livio mi spiegò che ogni essere vivente era più caldo dentro che fuori, ma le mucche mi sembravano le più calde di tutti. I macellatori gli tiravano fuori gli intestini pieni di feci. Cadevano a terra con un tonfo e si incanalavano nei passaggi laterali che trasportavano il sangue e le interiora non commestibili al Tevere. Il resto si teneva e si caricava sul carretto. Le cose più soffici come i peli andavano sotto e sopra quelle più dure. Le code dei cavalli andavano in putrefazione subito e dopo un giorno si riempivano di vermi, quindi dovevamo sbrigarci.
Dovevo riempire il carretto il più possibile per evitare di fare troppi viaggi. All’uscita del mattatoio c’era una discesina senza sampietrini che portava alle grotte dove dovevamo scaricare tutto. Rischiai di fare un casino perché non riuscivo a trattenere il carrello che andava liscio giù per la strada. Pippo mi aiutò a frenare proprio nel momento in cui stavo per capovolgermi. La grotta ai piedi di Monte Testaccio era buia e profonda e piena di topi che saltavano da tutte le parti. Scaricammo tutto lì tranne il pelo, che non poteva stare all’umido perché era bagnato. Quello lo dovevamo mettere nelle ceste di vimini sui terrazzamenti. Con un forchettone riempii la cesta di pelo, ma non riuscivo a sollevarla da solo. Pippo mi insegnò a distribuire il peso sull’avambraccio. Con la cesta in spalla dovevo seguire il sentiero che portava alle terrazze. Lì sparpagliavo tutto al sole per farlo asciugare. In un giorno feci dieci viaggi di ceste. Ogni volta che passavo davanti alla grotta del maniscalco e mi vedeva così impacciato con quelle montagne di peli, mi urlava dietro. « Corri Lalletto, corri! ». All’ultimo giro inciampai. Caddi a terra, cosparso da chili di peli ruvidi che mi si infilarono da tutte le parti e scoppiai a piangere.
Dopo quel giorno mi presentai al mattatoio con i guanti, ma tutti mi presero in giro dicendo che ero uno studentello e che non dovevo rompere i coglioni. Il problema era l’odore sulle mani. Non se ne andava in nessuno modo. A casa mi lavai con la soda, con l’aceto, misi il profumo di mia sorella. Era un odore di peste, non riuscivi a rimuoverlo. Al lavoro cominciai a stare male, un po’ la puzza, un po’ la fatica. Livio mi vide in difficoltà. Da sparatore aveva il potere di decidere molte cose al mattatoio e durante la pausa pranzo mi propose di andare con lui e Nando al Monte dei Cocci.
Tutti erano dell’idea che per funzionare il cavallo dovesse stare tranquillo, distrarsi. Qualcuno aveva proposto di ricominciare a montarlo come quando faceva le gare, ma ormai aveva una gamba rotta e andare al galoppo era debilitante. Livio gli mise una sella e mi fece salire. Mi spiegò come tenere le redini e come dare i calcetti per farlo muovere. Andammo al passo fino alla croce sulla cima del monte. Livio aveva portato un panino con il prosciutto e ci sedemmo sui cumuli delle anfore antiche mentre Nando ruminava l’erba. Dal monte si vedeva Trastevere, il gazometro, il fiume e tutta la campagna attorno alla città. C’era un bel vento e i rami degli eucalipti emanavano un odore aspro che mi piaceva e mi faceva dimenticare quello che c’era ai nostri piedi. Livio mi raccontò del potere di Nando, era stato lui a riconoscerlo. A Subiaco dove era nato, c’era una donna che viveva in montagna. Veniva chiamata perché riusciva a far andare il tempo più veloce. Con lei succedevano cose terribili o dolorose e neanche te ne accorgevi. In sua presenza, la mamma di Livio aveva partorito sette figli senza piangere o urlare come le altre donne. Il tempo si era piegato in tanti pezzi, era diventato invisibile. Secondo Livio, Nando faceva la stessa cosa con gli animali del macello.
Divorai il mio panino e siccome avevo ancora fame, Livio me ne offrì un altro. Era per Pippo, in realtà, ma lui con quei denti che aveva non la masticava bene la rosetta. Livio mi aveva preso in simpatia, mi trattava come un figlio, forse perché era amico di mio padre, forse perché si annoiava o perché Pippo come figlio non era un granché. Ma comunque ero felice quando ero con lui. Anche se il Monte dei Cocci era dietro casa, non ci ero mai stato e non lo sapevo che era un’antica discarica. Livio mi raccontò che nei primi secoli dell’Impero Romano quello era il Porto Fluviale di Roma dove venivano raccolti i vasi che trasportavano olio, grano e altri alimenti. Dopo che erano state utilizzate, le anfore venivano spezzate e gettate in un mucchio che piano piano nel tempo aveva formato il monte Testaccio. A me anche il mattatoio sembrava una discarica, un luogo di avanzi e di parti spezzate e mi faceva ridere che l’unico luogo che mi avesse dato un po’ di sollievo da quegli accumuli e animali in pena, fosse a sua volta un luogo di raccolta, di frantumi e scarti.
Il sole tramontava sulla campagna di Roma, Nando ruminava e tutto era calmo come non lo era da mesi. In quel momento Livio mi disse di pensarci bene a quello che stavo facendo, chi entrava al mattatoio non ne usciva più. Lui aveva cominciato a otto anni. Ora ne aveva cinquanta. « Ed eccomi, sono ancora qui ». Mi raccontò che una volta quando aveva cominciato da poco a lavorare, uno sparatore si era distratto e aveva sparato prima al vitello e poi alla mamma, una cosa che nonostante la brutalità degli sparatori, non si faceva mai. Aveva visto grandi lacrime formarsi negli occhi della mucca ed era stato malissimo perché aveva scoperto che anche gli animali potevano piangere. Non era bello abituarsi agli animali che piangevano.
Mi raccontò anche che trent’anni prima un poeta che viveva al mattatoio e lavorava nell’amministrazione, fu preso d’assalto da un mattatore che soffriva di manie di persecuzione e si era convinto di essere odiato da lui. Il mattatore lo inseguì per tutto l’edificio con la stessa ascia che usava per gli animali. Il poeta si chiuse in casa ma il mattatore provò ad abbattere la porta a colpi di ascia. Fu un gande scandalo in città e il poeta fu così scosso che due mesi dopo morì. Livio disse che quando passi tutto il giorno ad ammazzare gli animali, cominci a guardare anche gli esseri umani come pezzi di carne. Era capitato anche a lui di osservare le spalle particolarmente sporgenti di qualche amico robusto e notare come la sua mente andasse subito a cercare il punto dove sarebbe stato più facile incidere il coltello. « A volte guardo anche i peli dei vecchi o le unghie delle signore e penso a come se ne andrebbero bene con un po’ di acqua bollente ».
Con Nando ci passai un mese. Al mattatoio facevo lo stretto indispensabile. Io e Pippo ci sbrigavamo a caricare i carretti poi mi prendevo il resto del tempo per portarlo al pascolo. Mi piaceva stare con lui e pensare che grazie a quelle passeggiate stavano meglio anche gli altri. Dal monte, i campi dietro il gazometro sembravano lontanissimi e ogni volta mi ripromettevo che un giorno sarei uscito da quel quartiere e sarei andato a vederli. Livio mi aveva mostrato che potevo camminare su un binario parallelo, una ferrovia invisibile che andava di pari passo con le rampe di acciaio del mattatoio, ma che non c’entrava nulla con la vita degli scannatoi. Roma era un posto nuovo da lassù. A volte passavano anche i gabbiani. Se chiudevo gli occhi mi sembrava di stare al mare. E allora pensavo a mio padre e alla giornata a Fiumicino. Quando ero con Nando riuscivo a pensare a lui con calma, senza sentirmi in colpa per il lavoro che stavo facendo. Grazie al cavallo quello era un posto diverso da come lo aveva conosciuto mio padre. Magari sarebbe stato anche fiero di me, che avevo imparato a montare e mi muovevo per il quartiere come un piccolo cowboy, di quelli che mi aveva regalato il signore che faceva i film.
Anche a casa mi sentivo forte, camminavo con le spalle larghe. Avevo ricominciato a dormire. La menta di mio padre era sbiadita dal letto che ora aveva un odore diverso di paglia e fienile. Era un po’ l’odore di Nando e quello mi piaceva molto e mi faceva sentire a casa. La mia stanza era una stalla, ma almeno non era una macelleria.
Tutto sembrava aver trovato il suo posto fino alla notte in cui la casa tremò. Mi svegliai di soprassalto, sembrava ci fosse un treno che passava tra le camere e pensai subito ai binari del mattatoio e ebbi paura che gli animali appesi ai ganci non fossero davvero morti ma che avessero cominciato a cavalcarli, a correre sopra le rotaie sospese. Dopo poco sentii le urla. Mi affacciai in corridoio. Mia madre era sull’uscio della porta di casa che gridava giù per la tromba delle scale di chiamare qualcuno. Sentivo sbattere ovunque e mi affacciai alla finestra. Il Lungotevere Testaccio era pieno di tori enormi, bianchi e neri. Correvano, accavallandosi uno sull’altro con una forza brutale. Tutto il quartiere si era svegliato e siccome alcuni dei portoni dei palazzi principali erano rimasti aperti, tra il rombo del galoppo si sentivano voci che urlavano di chiamare i portieri. Vidi arrivare i furgoni del mattatoio con gli sparatori a bordo. Si gridavano cose incomprensibili tra di loro per cercare di recintare gli animali, chiudendo le strade secondarie che li avrebbero fatti disperdere per la città. Gli sparatori più esperti partirono con il lazo per prendere i tori uno a uno, caricarli nelle camionette e riportarli al mattatoio.
La forza che non trovava sfogo dentro ai corral era uscita tutta insieme. Sulla strada sembravano ancora più grandi e mostruosi che nei recinti, più grandi delle macchine che erano parcheggiate, più solidi delle mura ai margini del Tevere. Correvano velocissimi, sembravano creature di un altro mondo, regali e selvagge. Nelle parti più strette del Lungotevere si scornavano, alcuni inciampavano e si rimettevano in piedi. Il tonfo delle cadute si sentiva anche da lontano. Non sapevano dove stavano andando, volevano essere liberi e, più veloce correvano, più distanza avrebbero messo tra loro e i recinti. Provai a immaginarmi il Lungotevere come una di quelle piane dell’Argentina di cui mi aveva parlato Pippo, con i laghi segreti che erano il Tevere e le sequoie che erano i nostri palazzacci e se facevo così mi calmavo. Ma intanto i vicini si accalcavano alle finestre. Urlavano, si sbracciavano, davano ordini e cercavano di aiutare come potevano. « Blocca Via Marmorata! », « Attenti che so’ scesi al ponte! ». Mia madre con le mie sorelle correva dalla cucina alle camere da letto. Si affacciavano a turno per vedere meglio. Sembrava non finisse mai quella corsa. Poi sentimmo delle urla più vicine, provenivano dal nostro palazzo. Un toro aveva sbattuto sul portone e lo aveva buttato giù, ma invece di tornare sul Lungotevere si era infilato dentro. Nell’androne aveva distrutto le cassette della posta e poi aveva galoppato su per le scale. Arrivato alla prima curva si era incastrato perché le pareti si restringevano. Tutti nel palazzo urlavano di chiudersi a chiave e proteggere le porte. Chiusi gli occhi e provai ad ascoltare i rumori per cercare di capire meglio quello che stava succedendo perché se davo retta alle espressioni sul viso delle mie sorelle sembrava che il toro fosse già dentro casa. Mia madre mi urlò di aiutarla a spostare i mobili. Diceva che saremmo morti tutti, ma io non avevo paura per niente. Dopo aver spostato un armadio ero corso di nuovo alla finestra a vedere gli animali liberi. Ero euforico e non per lo spavento, ma perché questa volta non era come il giorno del funerale di mio padre, quando urlavano e piangevano tutti i vicini e non capivo cosa stesse succedendo. Adesso li capivo i pianti e le urla, quella fuga la riconoscevo. Mi sentivo parte del flusso di corna e corpi. Vedevo che erano nati per quello ed era bello vederli tutti insieme, assembrati, i pezzi uniti, non tagliati a pezzi o impacchettati.
Livio fu il più coraggioso di tutti. Entrò nel nostro palazzo con il lazo. Il toro era incastrato nella tromba delle scale e non riusciva ad andare né avanti né indietro. Il giorno dopo ci raccontarono di come avesse scalciato così forte da aver buttato giù buona parte della parete del primo piano. Per liberarsi aveva spinto con tutta la sua forza, si era praticamente arrampicato sul muro ed era caduto all’indietro con un colpo che spaccò la graniglia delle mattonelle dell’androne. Si era ritrovato di nuovo di fronte al portone aperto. Nel breve attimo in cui era disorientato e non trovava la via d’uscita, Livio era riuscito ad afferrarlo con il lazo e lo aveva tirato fuori. Alle finestre applaudivano. Piano piano quasi tutti i tori furono acchiappati e caricati nei furgoni oppure trascinati indietro a piedi, legati alle funi. Nessuno tornò a dormire. Si era fatta l’alba e il quartiere ora era per strada a raccontarsi quello che aveva visto e come tutti si erano sentiti. Si parlava di feriti, qualcuno era finito all’ospedale, nessuno era morto. I tori argentini non erano tranquilli come quelli italiani, si lamentavano gli sparatori. Ma cosa ci dovevamo fare con queste creature selvagge che erano più grandi delle nostre case? Per la prima volta da quando ero nato, il mondo del mattatoio aveva fatto irruzione in quello di Roma. Quelle pareti lunghe centinaia di metri non bastavano più, i recinti non bastavano più. Anche le sbarre di ferro, i ganci, i binari e la tecnologia di cui tanto si vantavano i testaccini, adesso appariva ridicola. Tutto era improvvisamente piccolo e inutile. La grandezza del mattatoio sembrava grottesca rispetto alla potenza di quegli animali che venivano da lontano e che avevano sfondato tutto. I tori avevano lasciato un marchio, avevano detto la loro e il segnale che le cose non sarebbero potute tornare come prima arrivò subito.
Nando aveva smesso di funzionare. « Non gli va più all’amichetto tuo », mi disse Pippo appena rientrammo al lavoro. Gli animali erano tutti nervosi. E tra loro anche Nando. La fuga dei tori lo aveva agitato, aveva scomposto quella sua aria pacificata e distaccata e ora non riusciva più a calmare gli animali. La prima mattazione della settimana fu una cosa come non avevo mai visto. Gli sparatori erano carichi da quello che avevano subìto la notte precedente. Avevano bisogno di prendersela con qualcuno e se la presero con i maiali, che erano più piccoli e quindi gestibili. Le urla non erano mai state così intense. Nando non si avvicinò neanche ai padiglioni e io e Pippo eravamo entrambi pietrificati. Cercai Livio con gli occhi e vidi che era preoccupato per me. Gli sparatori passavano con le pistole. Adesso dopo il colpo i maiali rimanevano immobili solo qualche istante prima di iniziare a urlare e sbattere da tutte le parti come trote fuori dall’acqua. Lo sparo singolo non gli faceva nulla e gli sparatori dovettero insistere sette, otto volte. Furono ore di urla, un rumore come quello dei pianti dei bambini. Mi tappai le orecchie tutto il tempo. Quel giorno ne fecero fuori seicento. Anche Livio, che lavorava lì da quando aveva otto anni, fumava tantissime sigarette e parlava ininterrottamente di tutte le partite, anche di quelle vecchie in modo da ridurre quel suono. Alla fine io e Pippo passammo con il carretto a raccogliere tutto, ma avevo le lacrime agli occhi.
Alla seconda macellazione della settimana successe la stessa cosa. Nando non ne voleva sapere. Ormai agli animali non si avvicinava neanche con la forza. Aveva gli occhi schizzati e non si lasciava più prendere dalle redini. Scalpitava anche con me e quando provavo a montarlo, cercava di buttarmi giù a terra. Era talmente imbizzarrito che mi proibirono di andare a Monte Dei Cocci perché avevano paura che provasse a scappare. La ribellione aveva toccato tutti in maniera diversa. A fine giornata gli sparatori, sporchi di sangue e distrutti, si riunirono per parlare.
Quando tornai a casa ero senza parole. Le mie sorelle mi infilarono in una vasca, misero a bollire l’acqua e mi lavarono. Persino mia madre si era preoccupata, lei che mi parlava sempre delle mie belle guance rosa, disse che ero pallido. Quella notte mi venne la febbre. Sognai mio padre. Era più grasso di come lo ricordavo, come se in quei mesi fosse invecchiato anche lui. Era la prima volta che lo sognavo e speravo tanto che avesse qualcosa da dirmi, qualcosa che potessi portarmi dietro. E invece mi guardava e basta. Era solo venuto a vedermi. Rimasi a casa due giorni, per la prima volta coccolato dalle mie sorelle. Mia madre mi fece il riso perché quando provai a bere il brodo mi venne da vomitare. Non volevo nulla di animale vicino a me. Non volevo tornarci mai più al mattatoio. Non volevo vedere Pippo e i suoi denti neri e la grotta con le unghie e i topi. Non volevo che succedesse a me quello che era successo a Livio, che aveva cinquant’anni e non sapeva come avesse fatto il tempo a volare così.
Tornai al lavoro dopo una settimana. Pippo mi diede una pacca sulla spalla per incoraggiarmi e mi disse che l’amministrazione aveva deciso di rimettere Nando insieme agli altri cavalli. « Per ora? », gli chiesi io e lo vidi fare un sorriso imbarazzato. Mi disse che dovevo un po’ darmi una svegliata sennò rischiavo di perdere il lavoro. Attraversai tre padiglioni. Quel giorno pioveva fortissimo e tirava vento e trovai Livio durante la pausa pranzo. Gli scaricai addosso una tale quantità di botte che non so come avesse fatto a non darmene indietro. Nando non lo potevano macellare. Non glielo avrei permesso. Era stato lui ad affidarmelo. Era l’unico essere vivente con cui avessi scambiato qualcosa di bello da quando era morto mio padre. Livio gettò a terra la sigaretta e mi mise le mani sulle spalle. Cercava di fare quello divertito, come quando avevo chiesto i guanti e tutti mi avevano preso in giro. Voleva potermi dare una pacca sulla spalla come si fa con i bambini quando si sbucciano il ginocchio e rimandarmi a giocare, ma vedevo dai suoi occhi che c’era spazio per chiedere di più. Mi diede appuntamento al Monte dei Cocci a fine giornata.
Passai ore con Nando, accarezzandolo. Il giorno dopo era il turno dei cavalli e l’idea che avrebbero fatto a lui quello che facevano agli altri mi faceva tremare le gambe. Arrivai sul monte al tramonto. Livio era lì che mi aspettava. Mi disse che era preoccupato per me, non potevo prendere tutto così a cuore altrimenti non sarei riuscito a vivere. « Che vuoi? Ce li hai i soldi per comprartelo sto cavallo? ». Non li avevo. Un cavallo costava come quello che guadagnavo io in tre mesi e tutti i soldi comunque andavano a mia madre. Livio tirò un sospiro e si mise le mani in tasca. Mi diede le chiavi del cancello di entrata del mattatoio e mi disse che lo faceva solo perché ero figlio di Marcello e che se mi azzardavo a dire che era stato lui a darmele, mi avrebbe consegnato ai vigili e mi avrebbe fatto arrestare. Mi spiegò che potevo entrare di notte, dopo le tre quando il guardiano si ritirava nella casupola, ma prima delle cinque quando arrivavano i primi carri dalla campagna.
Avrei potuto liberare Nando. Mi avrebbe lasciato la sella nella stanza degli attrezzi e lo avrei montato verso quella campagna che si vedeva dal Monte dei Cocci, la stessa che avevo osservato per tutti quei mesi. Mi spiegò come arrivarci e come seguire il Lungotevere fino al Ponte dell’Industria. Lui mi avrebbe raggiunto ai Colli Portuensi con il camioncino. Non voleva farsi trovare vicino al mattatoio nel caso in cui la nostra operazione non fosse andata a buon fine. Avremmo caricato Nando e lo avremmo portato fuori Roma in un posto che conosceva lui, dove c’erano i cavalli selvatici. Il patto era che lo avremmo liberato e io poi mi sarei messo bravo e buono a lavorare perché se continuavo così avrei finito di portare i soldi a casa. Gli dissi di sì. Avrei fatto tutto, avrei caricato i peli e li avrei lavati, avrei passato a setaccio i corridoi e raccolto tutti i denti e le zampe, mi sarei fatto saltare sopra i piedi da tutti i topi del Tevere che vivevano nelle grotte di Testaccio. Ma Nando dovevamo liberarlo.
Quella notte rimasi sveglio. Ero concentrato, sapevo che non dovevo pensare, solo agire. Come quel primo giorno quando ero entrato al mattatoio e non guardavo in faccia nessuno e contavo i sampietrini. Non pensai neanche per un secondo che le cose potessero non andare bene. Misi il cuscino sotto le lenzuola in modo che se mia madre si fosse affacciata avrebbe pensato che dormivo. Uscii piano di casa e corsi giù per le scale con il cuore in gola. Mi sentivo libero, pieno di vita. Roma di notte era bellissima, non la conoscevo. Faceva freddo, ma ero così elettrizzato che non sentivo nulla. Arrivai davanti al cancello della grande piazza del mattatoio, quella dalla quale di giorno passavano centinaia di animali. Era silenziosa, vuota, mortifera. Non riuscivo a credere che oltre quel cancello dormissero migliaia di animali. La chiave di Livio era insospettabilmente piccola per un cancello così grande e lo era anche la serratura. Guardai in alto verso la statua del putto con il lazo che cercava di dominare il toro e gli chiesi di portarmi fortuna. C’era qualche lucetta accesa, ma mi dissi che ero invisibile e andai avanti. Attraversai l’ingresso e arrivai al padiglione dei cavalli. Nando era lì, con i suoi occhioni e sembrava che mi stesse aspettando. Lo liberai e gli misi la sella addosso. Eravamo di nuovo io e lui e di notte era tutto più bello. Uscimmo piano piano, ma per farlo passammo davanti ai tori nel recinto all’aperto che cominciarono a muggire, agitandosi.
Quando raggiungemmo il cancello erano già tutti svegli. Scalciavano, svegliando gli altri animali, un gruppo di prigionieri gelosi. Montai sulla sella di Nando e cominciammo a trotterellare per la piazza e poi giù verso il Lungotevere. Si sentiva solo il fiume e qualche rapace notturno. Nando era già diverso dopo pochi metri dal mattatoio, anche il suo pelo sembrava più liscio e luminoso. All’altezza di Ponte Testaccio sentimmo i rumori dei furgoni. Forse non avevamo chiuso bene il cancello, in poco tempo ce li ritrovammo di fronte, a bordo c’erano gli sparatori. Avevano sentito i tori muggire e pensavano che fossero scappati di nuovo. Erano carichi, adrenalinici, pronti alla caccia e quando si ritrovarono davanti a un ragazzino e un vecchio cavallo rimasero delusi. Mi chiesero di lasciare Nando e tornarmene a casa. Lo avrebbero preso con il lazo e come cavolo mi era venuto in mente di fare una cosa del genere? Quando videro che non scendevo, ci tirarono addosso le funi. Nando diede un calcio indietro e partì al galoppo giù per il Lungotevere. Non avevo controllo su di lui e neanche sugli sparatori, per i quali era diventata una questione di principio e orgoglio.
Cominciarono ad accerchiarci e quando Nando si infilò sul Ponte Dell’Industria, fu chiaro che non ce l’avremmo fatta. Una carretta fece il giro e si mise da un lato del ponte, un’altra era già dall’altra parte. Nando era una furia, scalpitava, cercava di buttarmi giù in tutti i modi. Io non avevo paura, mi fidavo perché sapevo che era il suo modo per togliermi di torno e far gestire a lui la situazione. Caddi a terra sul metallo ghiacciato, forse mi ero rotto qualcosa, sentivo un dolore forte all’anca. Gli sparatori scesero dai furgoni e avanzarono verso di noi, i passi rimbombavano sotto le arcate di ghisa. Nando fece un’impennata, finì con le zampe anteriori sulla ringhiera. Gli uomini urlavano, sembravano divertiti da quella situazione come se i pazzi fossimo noi. Il cavallo reagì alla loro presenza con un gesto irruento, simile a quello che aveva fatto il toro che si era arrampicato per le scale qualche notte prima, le zampe scivolarono oltre la balaustra, e Nando rimase in bilico tra due mondi. Il ferro della ringhiera gli premeva sulla pancia. Non so con quale forza riuscii ad alzarmi da terra perché ero tutto rotto. Mi misi in piedi e presi una piccola rincorsa. Lo spinsi forte da dietro. In quel momento sentii la calma. In aria Nando smise di scalciare, la sua coda si sollevò dal corpo. Cadde nel Tevere con un tonfo, si lasciò andare come avevano fatto gli altri animali con lui. L’acqua lo accolse e lo portò via. Ero riuscito anche io a far morire qualcuno tranquillo.
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