Итальянский Культура
07.09.2026 Читать источник
Выставка «Fuck War» в Сан-Феличе: 28 художников призывают осознать нормализацию военных преступлений

В Фонде Коминелли открылась масштабная выставка, где 28 художников через живопись и инсталляции критикуют привыкание общества к изображению войны. Инициатор проекта коллекционер Микеле Серини надеется, что искусство поможет прервать информационную апатию и заставить зрителя задуматься о реальной трагедии.
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Michele Serini: «A San Felice il nostro grido per la pace»
Una bomba dipinta con i colori della pace, sculture, immagini, provocazioni. E soprattutto un titolo che non cerca sinonimi né attenuanti: «Fuck War».
Alla Fondazione Cominelli di San Felice del Benaco, dal 26 settembre al 24 ottobre, 28 artisti affidano all’arte la loro reazione alla guerra, alla sua quotidiana rappresentazione e al rischio che l’orrore finisca per diventare una presenza normale. A riunirli è Michele Serini, collezionista originario di Orzinuovi e curatore della mostra. Per anni impegnato nel mondo della finanza, oggi imprenditore, ha trasformato una sensibilità personale in un disegno corale.
Il progetto, organizzato dalla Pro Loco di San Felice del Benaco, nasce dalla volontà di trasformare l’arte in uno strumento di denuncia, ma anche di confronto e consapevolezza. In mostra ci saranno Agostino Arrivabene, Alessia Gatti, Anna Ghilardi, Antonio Marchetti Lamera, Dario Tironi, Elena Monzo, Fidia, Filippo Dobrilla, Francesco De Molfetta, Gian Franco Gentile, Giusy Fontana, Harry Greb, Imma Parenti, Luca Bray, Luis Perlanera, Marco Bertin, Margherita Martinelli, Massimo Mariano, Michelangelo Galliani, Nicola Vinci, Pierluca Cetera, Rosario Fossati, Silvia Sangaletti, Silvia Trappa, Uber, Vanni Cuoghi, Vincenzo Pagliuca e Wlady Sacchi. Sono circa 35 le opere, fra pittura, scultura, installazione e linguaggi molto diversi. Il vernissage è in programma sabato 26 alle 18.
Partiamo dal titolo: «Fuck War» è un pugno nello stomaco. Perché scegliere una formula così diretta?
Perché oggi non credo ci sia più spazio per girare intorno alle parole. È un grido particolarmente attuale, che mi fa pensare agli slogan pacifisti della fine degli anni Settanta. Di allora sono rimasti l’afflato, lo slancio e i principi, ma oggi sento soprattutto più rabbia che speranza. Ed è proprio questa rabbia che ho percepito negli artisti.
Come è nata l’idea della mostra?
Dalla volontà di fare qualcosa che, sul tema della guerra, nel mondo dell’arte secondo me era mancato. Ho contattato diversi artisti e ho trovato subito una disponibilità straordinaria. Ognuno aveva voglia di dire qualcosa, di gridare la propria posizione per la pace. Si sono susseguite le adesioni e alla fine abbiamo riunito nomi importanti e opere significative.
Ha scelto di mettere insieme artisti affermati ed emergenti. Perché?
Volevo una mostra eterogenea, capace di parlare anche a chi non è un grande appassionato d’arte.
Fidia arriva da Los Angeles e ha realizzato un’opera davvero particolare.
La sua partecipazione dimostra quanto il progetto abbia coinvolto anche artisti lontani. Ha deciso di esserci perché sentiva l’importanza del tema e ha realizzato una grande bomba di circa 35 chili, dipinta con i colori della pace. Una contraddizione visiva molto forte, che comunica il messaggio di questa mostra.
In mostra ci sarà anche un’opera di Filippo Dobrilla, scomparso prematuramente.
È uno degli artisti ai quali sono particolarmente legato. Era uno scultore meraviglioso, molto amato anche da Vittorio Sgarbi. Nel 2021 gli è stato dedicato il film «Caveman». Avere una sua opera qui per me ha un significato particolare.
Quanto conta la varietà dei linguaggi?
È fondamentale. Abbiamo pittura astratta e figurativa, sculture, installazioni e linguaggi diversi. Ci sono anche opere di Wlady Sacchi, grande pittore degli anni Settanta e Ottanta, recuperate attraverso la figlia da una collezione privata e dedicate alla guerra. Volevo un percorso non monocorde, nel quale le opere dialogassero mantenendo ciascuna la propria identità.
È difficile parlare di guerra attraverso l’arte senza cadere nella retorica?
Sì, ma proprio per questo l’arte ha una forza particolare. Ogni artista affronta il tema attraverso il proprio linguaggio. La mostra non vuole dare una lezione: vuole provocare una reazione, far pensare e costringere a fermarsi davanti a qualcosa.
Il rischio è anche quello dell’assuefazione alle immagini di guerra.
È uno dei problemi del nostro presente. La sovraesposizione, soprattutto attraverso i social network, appiattisce tutto. Immagini reali passano quasi in sordina, come se fossero videogiochi, mentre raccontano fatti semplicemente terribili. Ci siamo abituati a vedere ogni giorno bombe che uccidono bambini e madri, intere popolazioni coinvolte nella violenza, e rischiamo di considerarlo normale. Questa mostra vuole denunciare anche questa assuefazione.
L’arte può interrompere questo meccanismo?
Assolutamente sì. Credo che conservi il lusso dell’intelligenza, della riflessione e del messaggio. Un’opera può costringerti a fermarti e a guardare la realtà da una prospettiva diversa.
Lei arriva dal mondo della finanza. Come è nato il rapporto con l’arte?
Penso di aver avuto una vocazione fin da bambino. Poi ci sono stati incontri fondamentali. Mio zio Giuseppe Crotti, detto Jack, assistente di Vittorio Sgarbi, mi ha trasmesso curiosità e passione. Grazie a lui ho conosciuto artisti, visitato atelier e viaggiato molto. Ho costruito rapporti di amicizia con molti di loro, entrando più profondamente nel loro lavoro.
E professionalmente?
Ho studiato ragioneria e scienze politiche, poi ho fatto carriera in banca fino a un ruolo dirigenziale nell’area corporate dell’ex Banco di Brescia, poi Ubi. Successivamente ho lavorato nella consulenza finanziaria. Da qualche anno sono imprenditore e mi occupo di riqualificazione energetica. L’arte è però sempre rimasta parallela al mio percorso.
Ha organizzato mostre anche nei suoi uffici.
Per me arte e lavoro non sono mai stati mondi incompatibili. Ho sempre cercato di creare occasioni d’incontro e di dare spazio agli artisti emergenti. Credo che l’arte possa essere divulgazione, conoscenza e sensibilizzazione. Anche aziende e banche possono fare molto sostenendo artisti e progetti culturali.
Da collezionista, quanto conta il rapporto personale con gli artisti?
Moltissimo. Non mi interessa soltanto possedere un’opera: voglio capire da dove nasce e cosa vuole raccontare l’artista. Gli incontri mi hanno permesso di costruire rapporti di amicizia e di entrare più profondamente nel loro lavoro.
L’arte può davvero cambiare il mondo?
Sì. Una mostra non può fermare una guerra, ma può cambiare il modo in cui una persona guarda la realtà. E se questo accade a tante persone, allora qualcosa può cambiare. Ma serve l’impegno di tutti.
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