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25.08.2026 Читать источник
Карла Барончелли: старость — это не утрата, а свобода говорить «нет»

Экс-журналистка РAI Карла Барончелли в новой книге «Una vita lieve» исследует тему старения, преодолевая возрастные стереотипы и утверждая право на личную свободу. Автор подчеркивает, что зрелый возраст открывает уникальные возможности для самовыражения, недоступные в молодости, и посвящает доходы от издания благотворительному фонду.
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In “Una vita lieve”, Carla Baroncelli racconta di vecchiaia, di perdite, ma anche della libertà di dire No
Si intitola “Una vita lieve” ma tratta argomenti che lievi non sono per nulla, a partire dal lutto e dal grande tabù dei nostri tempi, la vecchiaia, con il suo bagaglio di “perdite”, ma anche di conquiste: è l’ultimo libro di Carla Baroncelli, ex giornalista Rai, attivista per i diritti delle donne e autrice di numerosi volumi, tra cui “Ombre di un processo”, in cui ripercorse in chiave femminista le udienze che condannarono Cagnoni all’ergastolo per il femminicidio della moglie Giulia Ballestri.
Mercoledì 26 agosto sarà presentato al Fem Garden di via Rocca ai Fossi e ho incontrato l’autrice per due chiacchiere in anteprima. Prima di addentrarci insieme a Carla nei meandri della sua ultima fatica editoriale, ecco qualche appunto da lettrice, per approcciare il testo.
Colpisce fin dalla copertina: essenziale ed elegante, ma allo stesso tempo evocativa, con questi due spazi ritagliati, uniti da un cordoncino viola annodato, che lasciano intravedere un disegno sottostante. Un invito a farsi domande. Le faremo a Carla.
Aprendolo poi, e provando ad immergersi nella lettura, ci si trova davanti ad uno stile inusuale per un romanzo, che potremmo definire “sincopato”, frammentario, con una sintassi volutamente interrotta e discontinua, che invita a respirare, tra un passaggio e l’altro. E il respiro è in effetti uno dei grandi protagonisti del racconto, assieme alla “mente”, al senso di sé (Carla lo chiama “maggior essere”) e alla libertà, che forse è la più grande conquista portata in dono dagli anni che avanzano, la libertà che nasce dalla disobbedienza, dal dire no.
A tenerlo in mano sembra un “libretto agile”, leggero, di poche pagine, ma guida in un viaggio intenso e denso, dentro l’animo umano, che propone più riflessioni che risposte. La protagonista è Tina, che attraverso la scomparsa di una sua carissima amica, Sofia, si confronta con i temi massimi: la vita, la morte, l’amore, il senso di sé in relazione a se stessi e al mondo. Con profondità e leggerezza al contempo, la leggerezza che viene dalle cose pratiche, concrete, come respirare. Parliamone con l’autrice.
Partiamo dal titolo: Perché “Una vita lieve”? Che cosa significa questa espressione?
È una frase di Stefania (la Sofia del racconto, n.d.r), una donna che viveva l’attimo e non si faceva travolgere dal peso della vita, anche quando si è trovata ad affrontare la propria morte. Altri non ci riescono, lei sì. È proprio una questione di impostazione mentale.
E da dove nasce questa impostazione?
Dal proprio passato, dalla propria storia familiare, delle condizioni economiche, dal luogo in cui nasci, dalle esperienze che fai. Il titolo “Una vita lieve” è collegato alla copertina.
Che cosa significa il nodo raffigurato sulla copertina?
Il nodo rappresenta una parola chiave all’interno del libro, rappresenta il “no” come forma di libertà e come forma di intervento sulla propria natura.
I due emisferi del cervello, sentimenti e ragione, vivono spesso separati tra loro, a volte prevale l’uno, a volte l’altro. Tenerli assieme con questo nodo rappresenta la libertà di agire. Una libertà che è fondata sul “no”.
La vecchiaia è una delle protagoniste. Come l’affronti nel libro?
Sono partita dalla vecchiaia come perdita, di tante cose: amicizie a cui sopravvivi, salute che se ne va, tempo per prepararsi alla morte. La vecchiaia si ricollega all’ageismo, cioè al pregiudizio basato sull’età, che poi funziona nei confronti dei vecchi come dei giovani: degli anziani si dice che sono inutili, che non hanno più nulla da dare, mentre dei giovani, che non capiscono niente, non hanno esperienza. Sono tutti pregiudizi, nei quali siamo immersi e ognuno ne soffre a seconda della fase di vita che si trova ad affrontare.
Nel libro ho fatto un percorso di consapevolezza per arrivare al concetto di libertà, perché la vecchiaia è anche libertà da tante cose, sebbene i pregiudizi ci spingano a rintanarci in una finta eterna giovinezza. Nel libro ne parlo con il viaggio in Egitto e quello a Tenerife, dove mi rispecchio e prendo le distanze da certe forme stereotipate di vecchiaia: quella delle donne che si agghindano per nascondere le rughe o degli anziani che vanno a “svernare” al caldo, come se la vecchiaia fosse tutta lì.
Invece la vecchiaia è una fase della vita come le altre, anzi forse con delle potenzialità in più rispetto ad altre: ci si può permettere cose che in gioventù è molto più difficile concedersi, come la libertà di essere fino in fondo se stessi.
Quando non sei più giovane sembra quasi che per il mondo diventi invisibile, scompari, ma come diceva Stefania: “Se mi fermo non è per sparire, è per cambiare direzione”. Puoi essere invisibile per la società, ma io mi dico “Chi l’ha detto che non esisto? Non mi vedrete voi, ma io ci sono eccome e ho ancora tanto da fare”.
Nel libro parli di “maggior essere” contrapposto ad “essere maggiore”, cosa significa?
È una frase fondamentale, che mi ha insegnato la mia maestra di yoga, Paola Salerno: cercare un “maggior essere”, in contrapposizione all’“essere maggiore”. Oggi la società ci chiede di essere maggiori e quindi in competizione, in guerra, alla continua ricerca di dimostrare qualcosa, di primeggiare. Questa è schiavitù. Invece il “maggior essere” significa partire dalle proprie risorse, prendere consapevolezza di chi si è veramente, cominciando dalla cura per il proprio corpo e la propria mente. Per poi espandere il concetto sul piano collettivo. La mia cura del corpo parte dal respiro, una cosa scontata, ma che spesso non sappiamo fare, viviamo in apnea.
E proprio dal respiro nasce anche lo stile con cui hai scritto il libro?
Sì, ogni virgola è una piccola pausa, un punto è una pausa più lunga, ogni a capo è un respiro. Ho dato un’interpretazione dell’incedere del respiro di una persona anziana che racconta. Ho utilizzato il respiro senza volerlo forzare, l’ho rispettato.
Nel libro compare anche il concetto di “smarginare”. Che cosa significa?
È il passaggio tra il “maggior essere”, l’essere prestante, e l’ “essere maggiore”. Significa dire di no, non stare nelle regole. Come il respiro ce l’hanno insegnato alla nascita con una sculacciata, abbiamo appreso anche lo stare nelle regole, la prima volta che ci hanno detto di colorare un quadretto e di stare nel margine: abbiamo imparato a stare nel margine anche con la testa.
Quindi, se “mi fermo non è per sparire, è per cambiare direzione”, perché smargino, vado dall’altra parte, mi libero di quel margine e il margine non c’è più.
Che cosa rappresenta per te la realizzazione di questo libro?
Una libertà che mi sono concessa: il pieno possesso di un progetto editoriale. Questo libro l’ho fatto con i miei mezzi. Ne ho pagata la pubblicazione e ho lavorato benissimo con persone fantastiche.
È un progetto editoriale indipendente che non va in classifica, che non ha mercato, che non ti dà la notorietà. Non mi interessa, ormai sono libera da queste logiche. Perchè diventi fruibile, l’ho affidato nelle mani delle donne della Casa delle Donne, ogni introito sarà destinato alla Casa. Il libro è mio perché l’ho scritto, ma come un figlio, non mi appartiene, prenderà la sua strada.
Per saperne di più, dalla viva voce dell’autrice, appuntamento mercoledì 26 agosto alle 21 al Fem Garden di Ravenna, in via Rocca ai Fossi 20.
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